Coronavirus: la salvezza legata all’ultimo africano

di Guido Talarico

Nulla sarà come prima”. Nella letteratura vedica, un’antichissima raccolta indiana di testi sacri scritti in sancrito, il mantra era una “invocazione” per ottenere la vittoria in battaglia, beni materiali oppure lunga vita. Il nostro mantra quotidiano è, per l’appunto, “nulla sarà come prima”. Lo ascoltiamo alle Tv e lo ripetiamo agli amici al telefono e a tavola ai figli, come ad esorcizzare un male che vorremmo non si appalesasse di più.  Lo ripetiamo nel silenzio di città deserte, insieme allo speranzoso “andrà tutto bene”, per non doverci dire che in realtà questa è la vera prima guerra globale.  Chiusura dopo chiusura, privazione dopo privazione, bollettino dei morti dopo bollettino dei morti alla fine non possiamo non constatare che oggi è peggio che nel 1940.

Ma se questa indigeribile quanto evidente realtà rimane così difficile da assimilare al punto da spingerci a continue “invocazioni”, siano esse destinate al Governo, all’Europa o alla divina provvidenza, ve n’é un’altra di cui ancora pochi ci parlano e che può essere considerato il problema nel problema. Potremmo sintetizzare così: “non saremo salvi, finché l’ultimo africano non sarà salvo”. Anche questa situazione, se volete, richiama un testo sacro: il Vangelo secondo Matteo. Nella “parabola dei lavoratori della vigna” si narra di lavoro e giustizia. Il padrone della vigna nel corso della giornata assume, pescando tra i tanti disoccupati, dei lavoratori.  Ma alla fine paga a tutti una giornata intera, sicché l’ultimo dei chiamati diventa il “beato” perché ha preso tutti i soldi pur lavorando meno. “Gli ultimi saranno i primi” può apparire come un problema collaterale del Coronavirus ma in realtà ne è parte dirimente.

Ma mettiamo in fila i fatti essenziali per capire cosa c’entrano gli ultimi con la lotta alla pandemia. 1) Oggi di globale abbiamo due cose, l’economia e le malattie, non la politica che rimane locale e spesso si dimostra inadeguata o incapace (L’Europa che chiude i suoi confini cancellando in un fulmine Schengen ne è una prova macroscopica); 2) Il mondo non è ben organizzato né per gestire le malattie globali e neanche per gestire le speculazioni finanziarie: le subisce e basta; 3) Funzionano meglio le dittature o i “governi forti”, tipo Cina e Russia: un’ammissione triste per noi che ci diciamo paladini della democrazia ma che ormai è sulla bocca di tanti studiosi; 4) Il Coronavirus si debellerà allorquando, come dicevo all’inizio, anche l’ultimo africano sarà salvo e a riparo; 5) Per risolvere la drammatica crisi economica che è già partita e che esploderà pagheremo prezzi altissimi e ne usciremo soltanto se saremo in grado di darci un nuovo ordine globale.

Il discorso è naturalmente più ampio e complesso, ma mi fermo a questi cinque punti perché penso siano sufficienti in primo luogo a chiarire ancor più dei morti che “nulla sarà come prima” e in secondo luogo per capire cosa ci attende. Quanto sta accadendo in Cina o in Corea del sud, dimostra che il Coronavirus o lo si debella a livello globale o si ripresenterà, rimbalzando di focolaio in focolaio, continuando a rinascere e a falcidiare. Quindi quando si pensano ad azioni definitive per bloccare il virus è insufficiente alzare soltanto mura. Occorre pensare misure preventive ed assistenziali anche per i paesi meno sviluppati. Il che, tanto per essere chiari, significa assicurarsi sin da ora che l’Africa abbia assistenza ed aiuti. Farlo quando la pandemia sarà esplosa nel continente giovane non farà altro che alzare il costo finale che noi tutti dovremo pagare. Ed in questo senso funziona la parabola degli ultimi che saranno i primi. Se noi che siamo i primi non ci occuperemo degli ultimi facendoli subito diventare primi, questa pandemia rimbalzerà per mesi e mesi da un paese all’altro durando così a lungo da devastare le nostre economie. E badate, questo non è un ragionamento soltanto umanitario. Niente affatto, è principalmente economico. Se ci salviamo ci dobbiamo salvare tutti, fino all’ultimo degli ultimi.

Ma questo che è semplicemente un ragionamento di buon senso, impone un secondo e più grave duplice problema. Chi sopporterà i costi dell’assistenza dei paesi più poveri?  Quale organismo mondiale sarà in grado di gestire efficacemente una situazione così complessa che impone sacrifici e generosità? Già oggi più d’uno ipotizza che, se tutto andrà bene, un ritorno ad una quasi normalità avverrà non prima di settembre. Nel resto del mondo, dove il contagio è partito dopo e dove le contromisure non sono scattate subito e con forza, non si riesce neppure a fare stime.  Il che vuol dire che questo 2020 sarà un’ecatombe per centinaia di migliaia d’imprese e di lavoratori, con perdite abissali e milioni di disoccupati. Dunque, ce la faremo se sapremo usare catarticamente questa prima guerra globale facendola diventare un’occasione di crescita, di rinascita. Non sarà facile, costerà a tutti, occorrerà appianare mille resistenze.

Personalmente resto positivo. Le sofferenze, i dolori, le privazioni in genere creano energia, coraggio, voglia di riscatto. Lo vedremo presto. Lo capiremo dall’Europa, se sarà in grado, ad esempio, di dare vita ai tanto attesi Euro Bond, in modo – come ha ben scritto Mario Monti – da dare ossigeno alle imprese, e dall’atteggiamento delle superpotenze, Cina, Usa e Russia innanzitutto. La parabola della vigna di fatto è un invito ad abbandonare l’indole egoista, ad eliminare le disparità. Questa seconda decade del terzo millennio inizia con una richiesta di questo genere, che è anche molto spirituale. I morti, il dolore, le privazioni ed i sacrifici di queste settimane dovranno guidarci per dare vita ud una società globale migliore di quella di oggi. Dunque, che nulla sia più come prima deve diventare un auspicio.

(Associated Press)