Xinjiang, il tallone d’Achille della Cina

Chilometri e chilometri di deserto, steppe, montagne che si infiammano al tramonto, imponenti ghiacciai, oasi inaspettate, ricche di acqua, di vigneti e frutteti: sono le terre più vicine, con le loro immense depressioni, al cuore del mondo,  le terre che furono degli sciamani delle antiche tribù dell’Asia Centrale e poi dei mercanti che lo trasformarono in uno dei passi più importanti della via della Seta.  Lo Xinjiang è attualmente il confine occidentale più estremo della Cina. Il Far West della Repubblica Popolare Cinese, il suo pericoloso tallone d’Achille. Una spina nel fianco del governo di Pechino.

La questione uigura

Perchè? I suoi abitanti sono a maggioranza Uiguri, un’etnia turcofona, da sempre insediata in questi territori, che non condivide nulla con i dominatori Han, né caratteristiche fisiche, né lingua, né cultura, né storia. Una vasta comunità a prevalenza musulmana che si batte da sempre per la propria indipendenza e il proprio diritto all’autodeterminazione, pronta a invocare il jihad in nome della propria autonomia e libertà.

I domini degli Uiguri furono  islamizzati nel 15esimo secolo da una potente setta sufi musulmana, la tariqa Naqshbandi, e divennero parte della Cina, con il nome di  Xinjiang, che significa Nuova Frontiera, nel 1758, quando furono conquistati dall’imperatore Qianqlond, della dinastia Qing. L’occupazione segnò l’inizio del nazionalismo uiguro e di una lunga, interminabile serie di rivolte. Lo Xinjian conquistò la sua autonomia solo dopo la caduta dell’Impero cinese, per perderla nuovamente nel 1949, quando l’Armata Rossa assunse il controllo totale dell’area.

Nella loro lunga storia i musulmani, che oggi in Cina sono 23 milioni (il 2% della popolazione) sono stati spesso per perseguitati, soprattutto durante la Rivoluzione Culturale. Oggi invece la situazione nei loro confronti è molto migliorata: godono di grande rispetto e sono liberi di pratica e insegnare la loro religione…

L’accusa di terrorismo islamico

…Ma lo stesso non vale con gli Uiguri, secondo gruppo islamico del paese (11 milioni circa): il governo nei loro confronti non soltanto usa una politica di controllo speciale, basata su una massiccia colonizzazione da parte degli Han del loro territorio, ma ha bandito ogni sorta di loro pubblica manifestazione e di attività religiosa. Il punto di non ritorno risale agli anni Novanta, quando il Movimento Islamico del Turkestan Orientale (nome uiguro dello Xinjiang) radicalizzò la sua strategia ed ebbe così inizio una lunga catena di violenze in Xinjian.

Ma fu dopo gli attentati dell’11 Settembre che Pechino modificò la sua strategia di attacco contro Uiguri, perseguitandoli per la loro fede islamica e accusandoli sempre più spesso di essere terroristi legati ad Al Qaeda. La situazione è andata sempre più deteriorandosi , anche per l’inasprimento della campagna anti terrorismo lanciata dopo il  varo della legge, voluta dal presidente Xi Jiping, entrata in vigore il primo gennaio di un anno fa- governo il primo gennaio scorso. E secondo alcuni gruppi di Uiguri in esilio, in seguito al nuovo giro di vite,  molti leader sarebbero stati arrestati e condannati a morte per attività sovversiva.

Abusi dei diritti umani

Recentemente anche Amnesty International ha cominciato a denunciare abusi di diritti umani nello Xinjiang, dove ci sarebbe il più alto numero di processi ed esecuzioni sommarie. Tuttavia, c’è da dire, che nel corso del tempo sono state diffuse notizie suffragate da riscontri relative ad azioni jiadiste collegate a terroristi originari dello Xinjiang. Nel 2001 alcuni uiguri vennero catturati in Afghanistan dagli americani, deportati a Guantanamo.  Due anni fa, lo Stato Islamico diffuse on line un video  in cui si faceva appello alla popolazione musulmana della regione a “svegliarsi” e a partecipare alla guerra santa. E a più riprese è stata anche segnalata da fonti attendibili la presenza di fighter uiguri in Siria nelle file del Fronte Jabhat al-Nusra, Hayaat Tahir el- Sham e dell’Isis.

Combattenti, che dal  Medio Oriente, ora, dopo la sconfitta dello Stato Islamico,  potrebbero far ritorno a casa, contribuendo ad aumentare la tensione, già altissima, tra la regione e Pechino. Il governo sta mettendo in atto nello Xinjiang una serie di provvedimenti sempre più restrittivi nei confronti della popolazioni uigura, costretta adesso a sottoporsi anche a test di massa del Dna, schedata e controllata, relegata a posizioni di serie B rispetto ai cinesi doc. Lo Xinjiang è un territorio che diventerà sempre più cruciale per la Cina: è una delle porte e degli snodi essenziali della Nuova via della Seta, il faraonico progetto One Belt One Road, che punta a rivalutare le vie terrestre e quelle oceaniche dell’economia cinese, attraverso la costruzione di gasdotti, oleodotti, reti ferroviarie, ponti, autostrade. Un progetto, che si stima coinvolgerà circa 4,4 miliardi di persone e più di sessanta Paesi di Asia e Europa.