Prodi: “l’Africa un’opportunità”

di Marilena Dolce

A distanza di un anno dall’insediamento in Etiopia del premier Abiy Ahmed e del successivo accordo di pace con l’Eritrea, EritreaLive ha intervistato il professor Romano Prodi, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Ue, per chiedergli cosa pensa della nuova situazione nel Corno d’Africa. Del ruolo di Italia ed Europa, della situazione in Libia e delle prossime elezioni europee. 

Un anno fa, dopo l’elezione del premier Abiy Ahmed, con il nuovo governo in Etiopia, per l’Eritrea è arrivata la pace. Una situazione che ha modificato lo scenario del Corno d’Africa, ristabilendo relazioni interrotte non solo tra Eritrea e Etiopia ma tra Somalia ed Eritrea e tra Eritrea e Gibuti. La pace è la premessa politica necessaria per lo sviluppo dei paesi, come vede ora il futuro del Corno d’Africa?

Ho sempre seguito con interesse e da vicino le vicende del Corno d’Africa, quindi ho visto con molta felicità questa pace. Conosco i problemi che ci sono e che ci saranno, sia in Etiopia che negli altri paesi, tuttavia la pace è la premessa perché qualcosa di nuovo possa avvenire. Negli anni passati ho fatto molte volte la spola tra le due capitali, Addis Abeba e Asmara. La guerra però (ndr, dopo l’ultimo conflitto 1998-2000, tra i due paesi si instaura una situazione definita di non pace non guerra) rendeva impossibile qualsiasi dialogo. Ora è caduto un ostacolo enorme. Adesso Eritrea ed Etiopia possono riprendere normali rapporti di circolazione delle persone e una normale vita economica. Per l’Eritrea, paese più piccolo rispetto all’Etiopia, con meno popolazione e un minore mercato interno, questa situazione è certamente positiva.  Ma lo è anche per l’Etiopia che, in questo modo, ha la pace sul confine e l’accesso al mare. È un guadagno netto per tutte e due le parti.Non solo. In questo modo cade anche il maggior ostacolo per gli investimenti italiani nel Corno d’Africa. La situazione precedente infatti impauriva gli imprenditori quando si proponevano investimenti nel Corno d’Africa, un’area dalle molte potenzialità.

Questa pace inoltre aiuta anche la difficile situazione del resto del Corno d’Africa. Penso alla Somalia. Non che la pace tra Eritrea ed Etiopia si possa estendere automaticamente agli altri paesi, certo però rende il quadro migliore. La pace dello scorso luglio mi ha reso molto contento perché, ripeto, personalmente mi ero adoperato molto negli anni passati, facendo la spola tra i due paesi e incontrando gli ex primi ministri, Meles Zenawi e poi Heilèmariam Desalegn.

Lei che è andato molte volte in Eritrea ed Etiopia, cosa pensa del rapporto tra Italia ed Eritrea, contraddistinto nel tempo anche da momenti di grande freddezza?

Si, di forte tensione, anche per piccole cose…Nel 1997 però, come Presidente del Consiglio, ho incontrato il presidente Isaias Afwerki…Anche in seguito ci siamo visti varie volte. La mia intenzione era quella di cancellare piccoli equivoci e piccoli screzi che avevano trasformato i rapporti tra Italia ed Eritrea in tensioni continue.  Per me il discorso era questo. L’Italia ha un debito nei confronti dell’Eritrea che, dal canto suo, ha interesse ad avere un forte rapporto con l’Italia. Vorrei anche aggiungere una nota di nostalgia. L’unica vera città italiana al mondo è Asmara. Quando si va ad Asmara si è in Italia. Gli alberghi hanno nomi italiani, così come i negozi, i cinema, il teatro. C’è persino l’autostazione Fiat…

Ho un affetto vorrei dire sentimentale per l’Eritrea. Anche per questo mi sembrava doveroso impegnarmi perché si superassero gli attriti con il nostro paese. La pace raggiunta sarà lo strumento non solo per normalizzare i rapporti, che si stanno già normalizzando, ma anche per costruirne di nuovi. Se poi ci fosse un mercato unico in tutto il Corno d’Africa, le possibilità di sviluppo e gli investimenti esteri crescerebbero moltissimo. Il problema in Africa è che solo tre paesi sono molto popolati, Nigeria, Egitto ed Etiopia. Perciò se non si crea un mercato unico e una libera circolazione dei beni, gli investimenti sono difficili.

Personalmente mi sto impegnando perché ci siano investimenti culturali. Perché si stringano rapporti tra università. In questo modo i paesi del Corno d’Africa avrebbero più legami. Sarebbe un notevole incentivo politico ed economico. Un contributo verso la normalizzazione e la pacificazione dell’intera area.

Quando andavo in Eritrea, per esempio, mi spiaceva molto vedere che ormai l’italiano era parlato solo dai più anziani. È una cosa triste, non per motivi di nazionalismo, ma perché così si perde un rapporto culturale importantissimo. Un legame autentico, cui anche gli eritrei tengono. Per sottolineare l’affetto che ancora esiste tra i nostri due paesi dobbiamo ricominciare dalla cultura.

L’Africa è un continente in trasformazione. Nel 2050 si stima che avrà due miliardi e mezzo di persone. Un quarto della popolazione mondiale sarà in Africa, continente con un’economia in crescita. Motivi per cui l’Africa è un’opportunità più che una minaccia…

Certo che l’Africa è un’opportunità. Lo è anche oggi. Lo sarebbe anche se non ci fosse la crescita prospettata. Il problema è che manca una visione politica unitaria. L’Europa guarda all’Africa con occhi diversi. La Francia, per esempio, guarda ai paesi francofoni. Nonostante ciò l’Unione Europea si interessa all’Africa nel suo insieme. E dalla Commissione europea arriva all’Africa, ancora oggi, la maggiore quantità di aiuti.

Tuttavia si stenta ad avere obiettivi comuni.

Secondo me questo è un enorme errore. E certamente l’esistenza di un mercato comune aiuterebbe. In questo senso ho visto con molto interesse le recenti decisioni dell’Unione Africana (UA) relative al mercato comune.  Non copre l’intero continente, ci sono ancora dei paesi fuori, però è un bel passo in avanti. Bisognerebbe proprio che da un lato l’UA continuasse in quest’opera, mentre dall’altro l’Unione Europea capisse l’importanza del proprio ruolo.

Questo non significa che l’Europa debba fare concorrenza o mettersi in contrasto con la Cina. Anzi. Sarebbe un errore. Vorrebbe dire riproporre una concorrenza neo coloniale. Invece bisogna puntare sulle sinergie possibili tra Europa e Cina. Una condizione di cui l’Africa beneficerebbe.

Cina e Europa non devono diventare antipatici all’’Africa. Devono dimostrare che possono operare insieme. Senza dimenticare l’interesse economico, ma anche senza ingerenze politiche. Sarebbe importante, per l’Europa, unire l’azione economica annacquando l’influenza politica.

La Cina è l’unico paese che vede l’Africa come un continente. Se ben ricordo ha relazioni diplomatiche con 51 paesi su 54. Ha una politica chiara. Quando invita i leader africani in Cina, a Pechino è una grande festa.

Bisogna tuttavia ricordare che l’interesse nei confronti dell’Africa è sia cinese sia europeo.

Europeo perché abbiamo rapporti culturali e storici.  Cinese perché la Cina ha il 7 per cento delle terre arate del mondo e il 20 per cento della popolazione. È un paese industrializzato senza materie prime ed energia.  Quindi, dove cerca cibo e materie prime? In Africa e in America Latina. E l’Africa ha interesse ad esportare in Cina.

Europa e Cina devono essere presenti in Africa senza messaggi né di prevaricazione politica né di neocolonialismo.

Europa e Cina devono avere verso l’Africa un interesse economico, senza prevaricare. Il loro non deve essere, come si dice da noi, un interesse peloso.  

L’interesse degli Stati Uniti verso l’Africa invece è differente.  Hanno certamente un interesse strategico, ma per loro l’Africa non è vitale. Hanno sostanzialmente autosufficienza di materie prime e di energia. Per loro l’Africa non è importante come lo è per Europa e Cina.

Siamo vicini alle elezioni europee. Nella sua regione si ripresenta una candidata di origine africana, Cécile Kyenge, che si è fortemente impegnata al parlamento europeo e che è molto sostenuta dalle comunità straniere che la vedono come un simbolo d’integrazione. Cosa ne pensa?

Che è stato un bell’esempio.E penso debba proseguire. L’idea che un africano, nel suo caso anche donna, sia democraticamente e tranquillamente eletta come nostra rappresentante a Strasburgo, a me fa molto piacere.

È un bel segno che traccia una strada importante. Cécile Kyenge secondo me ha fatto un lavoro utile all’Italia e utile all’Africa. Ha tenuto le relazioni con molti paesi africani.

Che risultato pensa arrivi dalle prossime elezioni europee?

A livello europeo sono ottimista. Penso ci sarà un allargamento della coalizione socialista-democristiana, socialista-popolare, perché, prevedo, non arriveranno alla maggioranza assoluta. Potrebbe anche esserci un allargamento ai Verdi o ai liberali. Diversa sarebbe la situazione se ci fosse un’alleanza PPE e sovranisti. Ma la escluderei.

Invece il voto italiano penso che sarà diverso rispetto al passato. Perché l’Italia, in molti aspetti della politica europea, si è allineata ai sovranisti, a paesi come Ungheria e Polonia. Un fatto incredibile di cui però bisogna tener conto. Mi auguro solo che ci sia una riflessione ulteriore. Qualche tempo fa, anche in Italia, si parlava di uscire dall’Europa, ora non più. Sembra però che vogliano starci per dispetto. È ora che finisca anche questo atteggiamento.

Dispetti all’Europa, mentre per l’Africa?

Rispetto all’Africa per questi partiti il dialogo è difficilissimo. Loro identificano l’Africa solo con le migrazioni disperate, quelle via mare. È difficilissimo presentar loro un’Africa diversa, complementare all’Europa. Penso ci vorrà molto tempo perché capiscano e accettino questa complementarietà.

Secondo lei per sostenere la pace tra Eritrea ed Etiopia, per favorire il dialogo e la riconciliazione nel Corno d’Africa sarebbero importanti maggiori investimenti da parte dell’Unione Europea?

Il Corno d’Africa nella mia analisi è una delle poche zone dell’Africa già pronta per ricevere investimenti industriali.

Mi riferisco, per esempio, allo sviluppo etiopico in ambito manifatturiero. Per questo motivo immagino nel Corno d’Africa un futuro interessante di convivenza e di cooperazione con Cina ed Europa. Perché ce n’è bisogno. L’idea di lasciare alla Cina un ruolo quasi unico, di principale investitore nel Corno d’Africa mi sembra del tutto inattuale. È la stessa Cina ad avere interesse che nel Corno d’Africa ci sia uno sviluppo completo. Attualmente per la Cina l’Africa è una fonte di mano d’opera a basso costo. Presto però potrà diventare un grande mercato e un ponte verso gli altri paesi del continente. Anche questo dovrebbe valutare l’Europa. Senza dimenticare che Addis Abeba è sede dell’Unione Africana.

L’Europa riuscirà a cogliere l’attimo?

La pace tra Eritrea ed Etiopia lo rende possibile. Per questo dico che ci vorrebbe un interlocutore nella prossima commissione Ue che, con budget e mandato ad hoc, si dedicasse al rapporto con l’Africa. In questa prima fase basterebbe un commissario per coordinare gli interlocutori europei. Decidere la politica degli aiuti e gli interventi necessari. Le singole imprese potrebbero agire a livello nazionale coordinate però da una commissione che curi sinergie e aiuti verso i governi dei diversi paesi. A livello europeo, vorrei aggiungere, si può intervenire non solo per economia e business. Penso alle infrastrutture fondamentali, ma soprattutto, insisto, penso a sanità e cultura. Sanità, università e scuola. Per questi settori è importante un intervento europeo.

Un’altra area che meriterebbe maggiore attenzione europea per il raggiungimento della stabilità è il Sud Sudan. La sensazione è però che la Ue faccia molto poco. Come vede l’attuale situazione?

Nelle ultime settimane, negli ultimi giorni ho avuto qualche speranza, però piccola, molto piccola. Mi dispiace, ma dico anche che lo immaginavo. Sono stato cauto fin dal momento dell’indipendenza. Pur capendone tutte le ragioni, pensavo che la frammentazione del paese fosse veramente fortissima. Inoltre troppe persone che intervengono in Africa non capiscono l’Africa. Non capiscono che ci sono tribù e problemi etnici. Chi interviene preferisce sempre semplificare. Ne vede la lotta religiosa o razziale. Non capiscono che ci sono tradizioni, costumi, parentele, diversità di vita, come nomadismo e stanzialità. L’Africa bisogna cercare di capirla e lasciarla stare.

Per finire, cosa pensa dell’attuale situazione in Libia?

Sulla Libia non ho mai cambiato opinione, fin dal primo momento. Sono stato ferocemente contrario alla guerra. Ho capito subito che pur essendo stato Gheddafi un dittatore, se si voleva iniziare una guerra bisognava pensare al dopo. Conoscendo benissimo la frammentazione del potere, degli interessi e delle tradizioni in Libia, ho detto e ridetto che una guerra sarebbe stata una catastrofe. Unico rimedio avrebbe potuto essere mettersi subito intorno a un tavolo, con tutte le tribù e le etnie. Per cominciare una discussione.

In quel momento fu fatto il mio nome come facilitatore. Candidatura poi bloccata da Italia e Francia. Il mio pensiero rimane comunque lo stesso.  Bisogna convocare il popolo libico. La situazione è quella di otto anni fa. Senza pace, con più morti e divisioni.

 

@EritreaLive