Polici, il fotografo che incarna Rembrandt

di VALERIO POLICI

Il mio primo incontro con la fotografia, nasce quasi per caso. Ero un giovane writer, e dipingere treni era l’unica cosa della quale mi interessasse davvero. In quel piccolo mondo nascosto, cercavo la mia libertà, lontano dalle limitazioni e dagli impegni della vita. Lentamente però, un senso di prigionia ha preso il sopravvento e mi ha imposto una reazione. Ho iniziato quindi a fare dei video e delle fotografie, senza nessuna consapevolezza tecnica né linguistica, cercavo nuovi occhi con i quali poter guardare alla questione. Col tempo, questa nuova prospettiva ha preso sempre più spazio. Ho iniziato a viaggiare molto tra Europa ed Argentina per circa sei anni (2009 – 2015), il risultato è stato un corpus di lavoro ampio che mi ha formato come fotografo, diventando la mia nuova professione. Il progetto ha avuto da subito un’ottima accoglienza editoriale (Washington Post, Newsweek, British journal of Photography, L’Espresso tra i vari), ma ad ogni nuova pubblicazione mi rendevo conto che non emergeva mai veramente la mia storia. Ho deciso di fare un passo indietro e ragionare su una veste più personale. Sono andato a Varsavia dal fotografo Rafal Milach, del quale apprezzavo le sperimentazioni linguistiche e insieme abbiamo creato un libro, presentato poi al Paris Photo nel 2016. Un libro da una forma più definita ad un pensiero. La storia che volevo raccontare, abbracciava una dimensione più ampia di quella di un racconto sui graffiti, era sopratutto un’indagine interiore. Volevo parlare del senso di prigionia esistenziale, del bisogno di fuga e dell’urgenza sentirsi speciali, “Ergo Sum”. Per questo motivo, la selezione finale ha escluso tutte le immagini più descrittive. Allontanate da un contesto specifico, le fotografie amplificano il loro potere aprendo la strada ad un carattere più ambiguo. L’ambiguità mi interessa molto, permette in quella sua incollocabilità di instaurare un rapporto più libero tra fruitore ed opera. Sono iniziate le prime mostre (La Biennale Di Architettura, Il Macro, La Galleria del Cembalo), dove ho avuto la possibilità di iniziare a ragionare sull’importanza del dialogo con uno spazio, per rendere un messaggio ancora più incisivo.

Terminato il primo progetto mi sono chiesto chi fossi come autore, quale era il “punctum” della mia ricerca. Sapevo che avrei dovuto produrre un nuovo lavoro ma non sapevo da che parte iniziare. Decisi di trasferirmi in Portogallo per un anno, una terra a me molto cara, per cercare nuovi stimoli. Scopro per caso che Antonio Biasiucci stava cercando nuovi

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fotografi per la seconda edizione del suo Laboratorio Irregolare, decido di partecipare e vengo selezionato. Inizia un’altra grande avventura. Per due anni e mezzo ho frequentato il suo studio a Napoli, costretto a guardarmi dentro come mai avevo fatto prima. Oltre ad essere un grande artista, Antonio sa essere un grande maestro. In silenzio e con fare discreto, ti accompagna al centro delle tue questioni. Un incontro al mese portando gli scatti prodotti, ragionando insieme su come ci si stava muovendo. Non si parla di fotografi né di artisti, mai. Si parla di noi, dei nostri mondi e dei nostri timori. Solo arrivando al proprio nocciolo si può sperare di sviluppare uno sguardo singolare. Non ci è mai stato detto cosa fare o non fare, ma di andare avanti nella maniera più sincera possibile. Che è in fondo così affannoso. Non importa la storia, importa l’urgenza. Quella che già al mattino invade i tuoi pensieri e senza la quale tutto peserebbe di più. Importa l’onestà, con sé stessi e con gli altri. Importano le sconfitte e le pacche sulle spalle, “la vita dell’artista è miserabile da questo punto di vista”. Non pensare mai alla vendibilità di quello che si fa, ma a come non si potrebbe vivere senza farlo. Importa il metodo, il rigore, il sacrificio. Ogni giorno. L’arte della quale ci parlava,

chiede dedizione monacale e non accetta scorciatoie. Il metodo che ci ha tramandato si basa essenzialmente sulla ripetizione ossessiva di un gesto, perché solo dopo un arco temporale lungo si può giungere davvero all’essenza delle cose, senza artifici. Questo metodo viene dal suo di maestro, Antonio Neiwiller, grande regista teatrale napoletano prematuramente scomparso. Ai suoi attori faceva ripetere la stessa parola o la stessa frase così tante volte da creare una mutazione del senso. Togliere, scarnificare, per arrivare alle nostre verità. Questo procedere, è entrato nelle vene, un enorme dono e una forte responsabilità.
Il progetto che ho sviluppato in questi due anni e mezzo, è stato un mio tentativo di liberarmi da un modo, dall’agio, dal conosciuto. Abbandonare non solo una forma, un linguaggio, il bianco e nero, ma anche una storia, fantasticando sulla possibilità di creare un romanzo visivo svincolato da un perimetro. Abbandonare un certo dinamismo e quella forza dirompente presente nella mia prima esperienza, per far emergere una tensione nella stasi. Giocando con l’animato e l’inanimato, scambiandoli di posto. Cercando i misteri nelle piccole cose, esplorare le mie inquietudini.
“Ergo Sum è un lavoro giovanile, punk e arrabbiato; “Interno” fa un passo indietro, impone maggiore calma nel lasciarsi guardare. Probabilmente ha una sensibilità più marcatamente femminile, ma ne conserva una certa cupezza. Spinge ancora di più sull’acceleratore nell’escludere, nel decontestualizzare per vedere cosa succede, lasciando ancora più spazio al fruitore, costretto a trovare la sua verità. C’è la grammatica del sogno, dove niente sembra avere senso nel complesso, eppure si racconta sempre della stessa cosa. Tante impressioni che si susseguono quasi a voler formare un rompicapo, senza bisogno di gridare, ma sussurrando.
C’è un incedere irrequieto che si interroga sul mio muovermi nello spazio e sul potere dell’immagine. Lasciare andare lo sguardo, ovunque ci si trovi, per capire da cosa sia attratto. E’ un’indagine che prende forma attraverso una libera associazione di frammenti intimi. Lavorare sulla sequenza finale è stato molto stimolante. Ho cercato di scovare i legami silenziosi che univano le fotografie.Non so ancora se questo progetto sia finito, in ogni caso, è stata un’esperienza fondamentale perché mi ha costretto ad una costante apnea interiore, mostrandomi un po’ più chiaramente una misura. Ha indirizzato lo sguardo nel particolare, riflettendo il mio modo di esperire la realtà. Il totale mi sembra sempre così sfuggente, nei dettagli mi perdo e li aggredisco. Non avendo nessun elemento giornalistico, questo progetto ha una dimensione più indirizzata al mondo espositivo. Ha vinto dei premi (Gomma Grant di Londra, Gran Premio Hasselblad), è stato esposto alla Galleria Del Cembalo, SSMAVE di Napoli, Centro Italiano per la fotografia d’autore e la Biennale de la Photographie D’Aubagne.
In sostanza Biasiucci ci ha pulito occhi e cuore, irrobustito le spalle e poi, sempre in silenzio ci ha lasciato andare. Bisogna imparare a camminare con le proprie gambe. Terminato il laboratorio è tornato il buio un po’ per tutti noi, ma le crisi sono importanti e col tempo ci si rialza. Ora sto cercando una sintesi tra i due lavori precedenti. Un punto di svolta è stato a dicembre, quando sono stato ospitato in una residenza d’artista a Matera, vivendo e scattando per un mese all’interno di un ospizio. Un’esperienza durissima, ma formativa da un punto di vista innanzitutto umano e poi professionale. Ho cercato di riprendermi un po’ di quella forza giovanile, unendola alla sintesi del periodo del laboratorio. Io sono istintivo, ossessivo, e la staticità di “Interno” mi metteva a disagio. Mi interessa il senso d’oppressione costante che mi accompagna da sempre e gli strappi che provo a dargli. Su questo sto lavorando.