L’Oman, player attivo dietro le quinte

Affacciato sullo stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, e confinante con gli Emirati, l’Arabia Saudita e lo Yemen, l’Oman, guidato dal sovrano Qaboos bin Said al Said che lo governa dal 23 luglio del 1970, nel mondo è conosciuto soprattutto come meta turistica remota, raffinata, elegante e ancora esotica.

Non interventismo e moderazione

Il suo nome non compare mai nelle cronache e nelle analisi geo-politiche dedicate alle turbolenze del Medio Oriente. Ma al contrario di quanto si possa ritenere, non  è un paese  isolato, né neutrale. Tutt’altro. Nello  scacchiere mediorientale l’Oman è un player attivo, intensamente impegnato dietro le quinte a cercare soluzioni possibili e praticabili laddove c’è necessità ma che preferisce muoversi nell’ombra e agire lontano dai riflettori e che è riuscito nel tempo a tenersi al riparo dalle turbolenze che affliggono la regione.

Un caso davvero unico, dovuto a vari fattori tra i quali  la sua storia, la personalità del suo sultano  e non ultima la religione dominante, e cioè l’ibadismo,  praticato dal 75% degli omaniti,  una sorta di terza via dell’Islam, al di fuori del sunnismo e dello shiismo, che si fonda sulla tolleranza e sul rifiuto della violenza, e che in politica estera si traduce appunto nella pratica di una diplomazia attiva all’insegna del dialogo e del non interventismo, dell’equidistanza e della moderazione.

Il sultanato impegnato a mediare per lo Yemen

“Siamo pragmatici e crediamo fermamente nel negoziato come processo importante per realizzare obiettivi di pace nell’interesse del suo popolo”,  ha spiegato il ministro degli esteri Yusuf bin Alawi bin Abdallah in un recente incontro a  Muskat con alcuni giornalisti promosso dall’ Apema (Associazione della stampa europea che si occupa di mondo arabo).  Una vocazione che ha prodotto importanti risultati e che oggi si esercita su un fronte caldissimo: quello yemenita. L’Oman,  che  non ha aderito alla coalizione saudita, è impegnato a inviare aiuti sanitari al paese vicino e e in più di una occasione ha anche mediato per ottenere il rilascio di numerosi ostaggi.

Muskat fu artefice del disgelo tra Usa e Iran

E nel 2011, durante l’amministrazione Obama, fu proprio Muskat a promuovere il disgelo tra Washington e Teheran, un lungo e importante lavoro, di cui oggi il presidente americano ha fatto tabula rasa. Passò inosservata, ma dice molto sugli attuali rapporti del Sultanato con la Casa Bianca, l’assenza di un rappresentante omanita al summit di Riyad con Donald Trump lo scorso maggio.

Luna di miele con la Cina

L’incontro tra il leader statunitense e il vicepremier di Muskat,  Sayyid Fahd al-Said, saltò, per motivi mai ufficialmente chiariti, all’ultimo minuto. Ma il vento freddo che soffia sulle relazioni tra i due paesi, a causa dei saldi legami tra il sultanato e Teheran, è sicuramente compensato dall’avvicinamento sempre più intenso  tra l’Oman e il grande competitore degli Stati Uniti nel mondo: la Cina ha intenzione infatti di investire tantissimo nel sultanato e non ne fa segreto.

L’impegno per la Siria

Poi c’è la Siria. Anche su questo fronte, l’Oman non è rimasto certo inattivo. Ma ha promosso, fuori della visibilità mediatica, una serie di riunioni finalizzate ad accorciare le distanze tra le parti in conflitto.  La crisi siriana, ha spiegato  il capo della diplomazia di Muscat, è il riflesso della crisi tra Russia e Stati Uniti.

“Il nostro auspicio –ha detto-  è che il paese riesca a liberarsi dal terrorismo, a ritrovare la sua unità e integrità territoriale. Noi possiamo dare un aiuto, ma è soprattutto la comunità internazionale che deve  intervenire rimettendo in moto il processo di pace”. Quanto a Basher Assad, l’atteggiamento è questo:  a lui è dovuta  la considerazione che si tributa  a un presidente eletto dal popolo, chiunque venga scelto rappresentante del popolo deve essere accettato  e rispettato.

In Oman le consultazioni per la Libia. La crisi del Qatar

Va ricordato inoltre che  Sultanato ha ospitato anche le consultazioni che nel marzo 2016  precedettero la stesura della costituzione libica. E che oggi è impegnato, sempre lontano dalla ribalta nel cercare, di affiancare il Kuwait nel difficile tentativo di risolvere la crisi del Golfo, che vede l’Arabia Saudita e gli Emirati schierati contro il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo.