La stampa chieda scusa all’Eritrea

La stampa internazionale dovrebbe chiedere scusa all’Eritrea. Dovrebbe farlo perché per decenni è stata lo strumento di un’attività propagandistica negativa voluta dagli Stati Uniti (e assecondata dall’Europa) al solo fine di far contento l’alleato etiope. Una propaganda con finalità egemoniche fallita soltanto per le doti di resistenza del popolo eritreo. Con un utilizzo distorto dei mezzi d’informazione negli anni si è infatti arrivati ad isolare l’Eritrea, dipinta come uno stato canaglia, e di conseguenza a farle comminare sanzioni dalla Commissione internazionale per i diritti umani. Un’attività sistematica di denigrazione del paese sommata all’azione militare degli etiopi al confine. Un’aggressione a tenaglia: da un lato vent’anni di guerra di confine combattuta in dispregio di tutti gli accordi internazionali di pace sottoscritti da Asmara e Addis Abeba, dall’altro la propaganda e le conseguenti sanzioni che hanno portato ad un isolamento totale dell’Eritrea e ad un suon progressivo impoverimento. La storia ora ha rimesso le cose al loro posto. L’accordo di pace sottoscritto la scorsa primavera dal giovane e illuminato neopresidente etiope, Ahmed Abiy, e dallo storico Presidente dell’Eritrea, il padre della nazione Isaias Afewerki, ha oggi restituito libertà ed onore all’Eritrea pacificando, cosa di non poco conto, l’intero Corno d’Africa. Si potrebbe concludere che tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse appunto che sono mancate le scuse proprio di chi è stato strumento di questo crimine che ha portato sofferenza a milioni di persone. Quando io sono andato per la prima volta ad Asmara, quasi tre anni fa, ho preso tutte le precauzioni tipiche dell’inviato di guerra. E l’ho fatto perché quello che avevo letto sulla stampa internazionale mi induceva alla cautela. Quando sono arrivato ad Asmara invece ho scoperto appunto che era tutta una montatura, una narrazione costruita e sedimentata nel tempo al solo fine di destabilizzare l’Eritrea. Avevo letto di un paese dittatoriale, senza libertà di stampa e oppresso mentre io, al contrario, avevo girato il paese in piena libertà, fermandomi dove avevo voluto e parlando con chiunque avessi desiderato. C’era voluto poco per capire come stavano le cose. Al ritorno in Europa, dopo qualche mese sono andato a Ginevra dove la Commissione dei diritti umani doveva discutere il rinnovo delle sanzioni o meno. Ho anche preso la parola per portare la mia testimonianza, per dire che avevo girato indisturbato per l’Eritrea e che avevo scritto ciò che più avevo voluto. Tutto inutile. La sentenza era già scritta, per ordini ed interessi superiori. Avendo trent’anni di mestiere e qualche viaggio sulle spalle, non mi sono scandalizzato nell’aver constatato di persona l’esistenza di una messa in scena, la costruzione meticolosa di una narrativa denigratoria nei confronti di Asmara. La propaganda è uno strumento bellico in uso dalla notte dei tempi, figuriamoci se gli Stati Uniti, come tutti gli altri grandi player globali, non ne facciano uso nel XXI secolo. Certo mi sono dispiaciuto nel costatare che lo strumento fosse proprio il mio mondo, il giornalismo, l’editoria. Ma so anche bene che oggi sono pochissimi i giornalisti che hanno la forza, la fortuna, il coraggio di poter viaggiare, di andare nei posti e constatare i fatti con i propri occhi senza bersi la storiella preconfezionata dal potente di turno. L’impossibilità di viaggiare del resto è un altro triste derivato della crisi che attanaglia questo settore. Ed è anche la ragione perché questo articolo lo sto scrivendo ora e non due anni fa. In quel momento consideravo un’attenuante il fatto che molti giornali credessero in buona fede alla narrativa ufficiale. Non mi piaceva, anzi era un atteggiamento comunque biasimevole, ma era comprensibile che una parte della stampa internazionale fosse in buona fede e non potendo andare a verificare prendesse per buona la ricostruzione colpevolista. Ma questo era prima della pace. Oggi tutti sanno come sono andate le cose. Riprova evidente è che le sanzioni sono state abrogate e che l’Eritrea è ora lei stessa paese membro della commissione per i diritti umani. E allora oggi è il momento delle scuse, oggi un giornalismo onesto, rispettoso della propria funzione dovrebbe fare ammenda per essere stato lo strumento della propaganda di una parte a danno di un intero popolo. E invece no. Non lo hanno fatto le istituzioni, non lo fanno i giornali. Continuo a leggere ricostruzioni figlie della vecchia narrativa senza che alcuno senta il dovere di fare un distinguo, di dare un contributo per la ricostruzione della verità. Si va avanti con quella tipica ipocrisia neo colonialista che alligna in tutti i grandi paesi occidentali e che porta ancora in queste ore a dire che in Eritrea non c’è democrazia come scusa per non andare avanti, per non ammettere falsità ed errori commessi. Come se ce ne importasse qualcosa a noi occidentali della democrazia. In un mondo dominato dalle regole di mercato a tutti interessa soltanto di fare buoni affari. E se dobbiamo farli con campioni della democrazia riconosciuti come la Cina, la Russia, l’Arabia Saudita o la Turchia non stiamo a guardare il capello dei diritti umani, delle libertà di stampa o della condizione femminile. Mentre se invece di fronte abbiamo l’Eritrea allora tutti a fare i duri e puri. Chiedere scusa significa ammettere il proprio errore e l’esistenza di un grande problema globale che è l’indebolimento del sistema dell’informazione come garante dei diritti dei cittadini. Chiedere scusa significa recuperare un po’ di dignità e dare speranza a chi ritiene che nell’era delle fakenews la risposta possa arrivare soltanto da un giornalismo serio e documentato.